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Assistenza ASUS su Zenbook - Lettera aperta - Prima... Ciao ASUS, sono Marco, e tre mesi fa ho comprato il tuo ultrabook di punta, uno Zenbook UX31. Macchina stupenda: leggera, velocissima, versatile. Non potevo chiedere di meglio. Solo che qualche giorno fa vado per accenderla e... nulla. Non reagisce. Non parte nulla, non arriva neppure al bios....

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Assistenza ASUS su Zenbook – Lettera aperta – Prima puntata

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Category : Informazioni di servizio

Ciao ASUS,

sono Marco, e tre mesi fa ho comprato il tuo ultrabook di punta, uno Zenbook UX31. Macchina stupenda: leggera, velocissima, versatile. Non potevo chiedere di meglio.

Solo che qualche giorno fa vado per accenderla e… nulla. Non reagisce. Non parte nulla, non arriva neppure al bios. Solo le tre luci di sistema sulla tastiera, tutte e tre tetramente illuminate.

Abbiamo un problema, decisamente.

Vabbè, i problemi capitano, quindi mi informo su come attivare la riparazione in garanzia.

La mia speranza in questi casi, avendo comprato un oggetto di livello professionale, è che anche il servizio assistenza sia altrettanto professionale. Non oso sperare in una sostituzione immediata con una macchina nuova, come è accaduto qualche mese fa con l’iPhone (porto l’iPhone all’Apple Store, verificano il difetto, esco dall’Apple Store con un nuovo iPhone), ma insomma, diciamo qualcosa del genere.

Visto che tutta la procedura non mi sembra molto lineare, ho deciso di raccontarla qui, giorno dopo giorno, a beneficio di altri che dovessero trovarsi nelle mie stesse condizioni.

Ecco quindi che vado sul vostro sito dove tra le 15 (quindici) voci del menu a tendina “Servizi” trovo un “Ticket RMA”.

Ora, “RMA” vuol dire “Return Merchandising Authorization”, ma non è che uno lo debba sapere. In italiano è “Procedura di reso in riparazione”, come scrivete nella pagina apposita. E qui la prima domanda: “Perché non lo scrivete già nel menu principale?”. Prima di scoprirlo sono andato senza successo, rispettivamente, nelle voci:

  • Contact ASUS
  • Contatti Laboratorio
  • Assistenza online
  • Supporto Globale

Arrivato finalmente alla pagina ticket, dopo aver approvato una pletora di clausole, si entra in un processo a 8 passi, in cui giustamente si mettono i propri dati, i dati dell’oggetto, si invia il pdf della fattura e compagnia bella. Fatti gli 8 passi, compare una schermata con il numero di ticket bello in evidenza:

 

E qui la sorpresa: una volta completata la procedura online bisogna chiamare un numero di telefono! Non parliamo tanto del fatto che è un numero 199 a tariffazione speciale, immagino che il vostro ragionamento sia “Ha speso quasi 1300 euro per un notebook, potrà anche spendere qualche centesimo per telefonare”, ma resto stupito che una procedura online sia da confermare con una telefonata.

E così, sentendomi come quelli che chiamano per dire che hanno spedito una mail, vi telefono. Solito giro di tasti da premere e arrivo all’operatrice. Le dico il numero del ticket, mi chiede qualcosa in più sul problema (perché, idea carina, nella form per descrivere il problema sono possibili solo 75 caratteri, poco più di mezzo tweet).

Le racconto quello che succede e mi dice: “Benissimo, allora faccia una foto al pc con le tre luci accese e la invii all’indirizzo info@asus.it”, poi quando le rispondono ci risentiamo. CI RISENTIAMO?!?!?!?

Oramai mi sento come in un librogame di “Scegli la tua avventura“. Faccio la foto (quella all’inizio del post) e la invio alla mail indicata. Sono le 16.21.

Passano i minuti, una mezz’ora, un’ora, un’ora e mezza e infine mi arriva la risposta, alle 17.59:

Gentile cliente,
grazie per aver contattato il supporto Help Desk Asus

La presente per informarla che abbiamo ricevuto la sua documentazione e la invitiamo a confermare il ticket all’199xxxxxx

Quindi, riassumiamo:

  1. Apro il Ticket su internet
  2. Chiamo per confermare il ticket per telefono
  3. Spedisco una foto del problema
  4. Aspetto la conferma via mail
  5. Quando arriva la conferma di ricezione devo richiamare io per confermare il ticket

Ora, cara Asus, se questa cosa capitasse a te, quanto ti incazzeresti? Questo è peggio del ‘chiamami dopo che hai mandato la mail’. Questa è un “chiamami quando ti arriva la mail. Ah, e paghi tu”. E dire che il mio numero di telefono tu ce l’hai, me l’hai chiesto negli 8 passi iniziali su internet.

Ma torniamo a noi. Ti ricordi che ore erano quando mi hai mandato la mail di conferma? Erano le 17.59. Come al solito a quell’ora ero davanti al computer a lavorare, quindi afferro al volo il telefono, chiamo l’199 della tua assistenza, mi subisco lo sbrodolamento dei costi che affronterò e poi, alla fine di tutto:

“…vi informiamo che gli uffici sono aperti dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18

Ebbene sì, cara Asus, quello che nel mio immaginario è successo è questo: ci sei tu che ricevi la mia mail, aspetti fantozzianamente l’ultimo minuto di conferma, mi mandi la mail in cui mi inviti a richiamarti e subito dopo, tac, spegni il tuo pc, chiudi la porta dell’ufficio, spegni il palazzone Asus e te ne vai fischiettando a casa.

E quindi ci sentiamo domattina, cara Asus. Vediamo cosa succederà.

Certo, siamo lontani anni-luce dall’assistenza che mi sarei aspettato per un prodotto professionale.

 

La cover per il tuo ebook reader fatta in casa: il tutorial!

Category : Fai-da-te, Marco fa

Da qualche tempo ho un Kindle, ma confesso di averlo usato molto poco, preferendo sempre i più portatili Opus e Sony Reader.

Da qualche giorno, tuttavia, approfittando della bella offerta per l’acquisto della quadrilogia di Game of Thrones, ho ripreso in mano la creatura di Amazon, e la prima esigenza è stata quella di trovargli una cover adeguata. Un po’ perché non mi andava di spendere una ventina di euro per una cover vera, un po’ perché volevo cimentarmi in qualche attività manuale, mi sono messo a cercare come farsi le cover degli ereader in casa. Mi si è aperto un mondo.

La cover che mi è piaciuta di più è stata quella descritta in questo post che mi sono studiato per bene e che ho adattato ai materiali che potevo trovare vicino casa in tempi umani. Alcuni componenti, come ad esempio il cement rubber, sarebbero reperibili anche in Italia, ma in negozi per prestigiatori (sic) a 13-14 euro a boccetta, quando negli USA costa sì e no 2 dollari.

Ho quindi adattato tutto in modo da trovare il materiale necessario al ferramenta, in cartoleria e in merceria, che è poi quello che ho fatto, non allontanandomi più di 500 metri da casa.

Ecco qui la ricetta e il procedimento per farsi la cover di un ereader in casa. La procedura è un po’ laboriosa ma semplice. Partendo da zero ci ho messo circa tre ore.

Ingredienti:

  • 1 cartella in cartoncino (nella foto è quella blu scuro)
  • 1 foderina in plastica (quella bianca)
  • 1 pezzo di cartone da imballaggio sottile (io ho usato un pezzo della scatola del mio vecchio eeePC)
  • 1 pezzo di tessuto circa 40×40, che sarà il rivestimento esterno (io ho usato un pezzo di panno lenci celeste che avevo per altri motivi in casa, ma è una pessima scelta: produce una quantità di peli che dopo neanche 48 ore già ne ho la nausea)
  • mezzo metro di velcro adesivo (questo si trova in merceria)
  • un tubetto di mitica “Colla Artiglio” (al ferramenta costa 1,80 Euro e vi portate a casa un baluardo degli anni ’70. È anche chiamata ‘colla dei calzolai’ e incolla praticamente tutto)
  • un pezzo di carta vetrata a grana media
  • carta forno
  • forbici
  • taglierino

Procedimento:

Partiamo dalla cartella in cartoncino, che sarà lo scheletro portante della cover. Poggiando il reader in corrispondenza della piegatura, prendere con una matita la forma dei tre lati non coincidenti con la piegatura stessa, tenendo il segno più largo rispetto alle dimensioni del reader stesso.

Ritagliamo con la forbice o il taglierino. La mini-cartella che ne verrà fuori deve contenere comodamente il reader. La mia è, ad esempio, un po’ troppo precisa rispetto al dovuto.

Facciamo la stessa cosa con la foderina in plastica, che sarà la parte interna visibile della cover finale. Qui la misura va presa invece più precisa, quindi la sagoma dovrà essere più piccola della cartella in cartoncino.

Ora ritagliamo due pezzi di cartone che costituiranno la protezione anteriore e posteriore della cover.

Qui il sito americano consigliava di usare del “craft foam”, che ho trovato essere chiamato, in Italia, “gomma spugna” e che mi dicono si venda in cartoleria. Al terzo negozio in cui mi guardavano come se chiedessi di vendermi un babbuino albino in calore ho deciso che la scatola del mio vecchio eeePC avrebbe avuto i requisiti strutturali e di leggerezza adeguati (e dal risultato sono contento)

Per prendere la sagoma si può usare una falda della cartella in cartoncino.

È importante che le sagome di cartone siano un po’ più strette (diciamo 0,3-0,4 mm) della falda, perché così resterà in mezzo (vedi le foto successive) lo spessore del dorso senza protezione (senza protezione perché dovrà piegarsi)

Ritagliamo con il taglierino e otteniamo le due protezioni.

Ora prepariamo tutte le superfici per la fase di incollaggio. Le colle come l’Artiglio funzionano meglio su superfici ruvide, e per questo prendiamo la carta vetrata e carteggiamo leggermente:

  • Tutti e due i lati delle protezioni in cartone
  • tutti e due i lati della cartella in cartoncino
  • Il lato che non verrà esposto della foderina in plastica (che è quello che verrà incollato)

Procediamo quindi all’incollaggio: stendiamo uno strato di Colla Artiglio sul lato esterno della cartella in cartoncino e suuno dei lati delle protezioni. La Colla Artiglio è in tubetto, quindi spremiamo il contenuto sulla superficie e poi usiamo ad esempio un pezzetto di cartone come spatola per stendere uniformemente la colla.

Per questa operazione è molto utile usare come base di lavoro un foglio di carta forno, sulla quale la colla fa pochissima presa, in modo da evitare di rovinare il piano di lavoro.

Lasciamo asciugare per un paio di minuti e poi accoppiamo protezioni e cartella, premendo con le mani per far aderire bene.

Come vedete, in mezzo è avanzato uno spazio di poco meno di un centimetro, che è il dorso, la parte che si piegherà e consentirà apertura e chiusura della cover.

Rivestiamo di colla la parte attualmente in vista dell’assemblato, ossia il lato con le protezioni e lo spazio in mezzo e, attesi i canonici 2-3 minuti, poggiammo lo strato di tessuto sulla colla (la parte del tessuto che va sulla colla, ovviamente, è il retro!). Stendiamo quindi con le mani in modo che non ci siano pieghe e sia tutto liscio e uniforme.

Passato qualche minuto, ribaltare il tutto

Ritagliamo il tessuto in modo che i margini siano di circa un centimetro sui lati. La punta degli angoli la tagliamo in modo che resti un mezzo centimetro o meno di distanza dall’angolo della sagoma.

Fatto questo, cospargiamo di colla i bordi del cartoncino e ripieghiamo i lembi sporgenti del tessuto facendoli incollare per bene al cartoncino.

Ci siamo quasi, manca la fodera interna. Rivestiamo di colla tutto il cartoncino e la parte ruvida (perché carteggiata) della foderina in plastica. Facciamo un po’ asciugare e poi, CON ESTREMA ATTENZIONE, far aderire la foderina sull’assemblato. La foderina coprirà anche parte dei lembi di tessuto interni, e questo va bene, è quello che volevamo.

Perché ho scritto in maiuscolo di fare attenzione? Perché io non l’ho fatto e mi sono rimaste molte bolle sulla parte in plastica che non sono per niente belle da vedere.

Resta da mettere il velcro. Sul lato destro della cover incolliamo tre pezzi di velcro ad H. Sulla cover mettiamo la parte del velcro con i denti (in modo che la parte ‘pelosa’ andrà sul reader, che sarà più piacevole al tatto). Allo stesso modo si incolla ad H l’altra parte sul reader.

Come fare per far sì che combacino? Semplice: una volta incollato il velcro sulla cover, appoggiamo i pezzi corrispondenti a mano, poi togliamo la protezione dell’adesivo e a questo punto, con cautela, appoggiamo il reader sulla parte adesiva.

Stacchiamo i due pezzi di velcro e il velcro del reader sarà identico a quello della cover

A questo punto riposizioniamo il reader e ABBIAMO FINITO!

 

PS: la colla artiglio puzzerà molto all’inizio, è una buona idea tenere per una due sere il reader all’aperto in modo che l’odore di colla sfumi.

 

In volo sulla valle di Goreme

Category : Senza categoria

Ti svegli alle quattro e un quarto, un’ora ingrata alla quale non ti rendi neppure conto di essere andato a dormire e ti sembra che nulla potrà convincerti a mettere i piedi per terra.
Ma nonostante tutto ce la fai, ti butti giù, ti lavi, esci (ammazza che freddo, i 1300 metri di sentono), sali sul pullman e vieni portato, con gli occhi ancora incollati, a 5-600 metri dal museo a cielo aperto di Goreme.
È ancora buio, e qui fa davvero molto freddo


a darti un po’ di calore del tè bollente e una merendina di quelle che rifiuteresti sdegnato in qualsiasi altro momento


Tutto intorno, intanto, fervono i preparativi: le mongolfiere, il motivo per cui hai fatto tutto questo, vengono srotolate per terra


La prima parte viene gonfiata con ventilatori che sparano aria calda


Poi, quando sono abbastanza gonfie, si raddrizza il cesto e si accende il fuoco.


Le altre mongolfiere partono, nella tua uno dei cavi interni è fissato male e occorre ricominciare quasi da capo


E poi, finalmente, sali, con tanti altri, sulla cesta


E decolli.


Lo avevi immaginato in tanti modi questo momento, ma la verità è che il decollo in mongolfiera non ha nulla a che vedere con la ‘violenza’ del viaggio aereo: si viene dolcemente cullati verso l’alto e si viene trasportati dalle correnti. In lontananza tanti altri che come te si sono alzati in volo per vedere il sole sorgere sulla valle


E giù, il sole che conquista sempre più spazio, in un silenzio quasi irreale, interrotto solo a tratti dalla fiamma che ti tiene in quota


Sotto di te, i massi di tufo tipici di Goreme


i paesi


E i canyon


Qui in alto non fa più freddo, complice anche il sole che è ormai ben sorto


È il momento di tornare a terra, con la tua ombra che si avvicina sempre più


Sono le sette e un quarto, sono passate tre ore, hai scoperto nuove sensazioni, nuovi suoni, nuovi colori, ma ora devi tornare in albergo, ti aspetta un’intera giornata di musei, monumenti e caravanserragli in giro per la Cappadocia.

- Scritto su iPhone con BlogPress

Una piccola chicca dal Bosforo: Kanlica

Category : Senza categoria

Nel nostro passeggiare di ieri a zonzo per Istanbul, abbiamo deciso di fare la mini-crociera del Bosforo.
Si parte da Eminomu, sul mar di Marmara, vicino alla parte antica di Istanbul, e si risale il Bosforo fino ad arrivare al Mar Nero.


Beh, dopo essere passati sotto il Bosphorus Bridge, il più grande ponte sullo stretto


e dopo aver ammirato vari paesini arroccati sulle sponde


abbiamo deciso che no, la crociera sul Bosforo non faceva per noi, che era noiosa e che avremmo
Visto il mar nero un’altra volta, chissà, da un’altra sponda.
Siamo così scesi in un minuscolo porticciolo di un paesino sulla sponda asiatica, Kanlica, con le sue barchette ormeggiate.


Due cose mi ricorderò di Kanlica: la magnifica veduta dalla terrazza del parco di Hidiv Kasri (raggiunto con 15 minuti di camminata in salita ripida sotto il sole delle 13. Porca vacca)


E il celeberrimo (pare) yogurt che viene venduto nei due bar sul porto.


Si tratta di uno yogurt misto di bufala, vacca e capra, servito in vaschette da 200 o 350 grammi e condito con zucchero a velo, miele o fragole.
Il sapore è molto forte e acidulo, la consistenza è cremosissima. Insomma, uno degli yogurt più buoni che abbia mai mangiato.

Dopo aver atteso al sole tiepido il traghetto di ritorno, la giornata è poi finita con un giretto al Gran Bazar, ma non prima di aver bevuto una buona birra, la Efes, seduti al fresco di un viale alberato.


- Scritto su iPhone con BlogPress

Location:Musa Efendi Sk,Ürgüp,Turchia

Il Ramadan e la celebrazione del digiuno

Category : Senza categoria

Ieri sono finalmente iniziate le ferie estive, e quest’anno dopo un po’ di pensieri e ripensamenti abbiamo deciso di fare un tour in Cappadocia, nella parte centrale della Turchia.
I primi due giorni sono di visita a Istanbul, città dove sono già stato un paio di anni fa in pieno inverno.
Ritrovare Istanbul ad Agosto è un’esperienza particolare, anche perché è la prima esperienza diretta che ho del Ramadan, il mese del digiuno rituale, durante il quale ogni musulmano può mangiare, ber e fumare solo a partire dal tramonto.

Ecco, forse influenzato dai miei pregiudizi e dal mio retaggio cattolico, che vede nel digiuno esclusivamente la dimensione della penitenza e della sofferenza, tutto mi sarei immaginato fuorché di trovare una vera e propria festa.


Sì, perché durante il Ramadan nonostante la privazione diurna e il disagio che provoca il digiuno, c’è una parallela e altrettanto, se non più, importante dimensione della Gioia, dell’attesa quotidiana del momento in cui la privazione terminerà, in cui si godrà più e meglio di ciò che non si è potuto avere nelle ore precedenti.


E questa gioia non è vissuta come un momento privato, ma condiviso.
Ed ecco così che lo spazio tra la Moschea Blu e Agya Sophia, tutto l’antico Ippodromo e ogni singolo lembo di giardino vengono invasi da teli per il picnic, dove intere famiglie, di tutte le età, già un paio d’ore prima del tramonto preparano tutte le vettovaglie.


All’arrivo dell’ora del tramonto, con la voce dei muezzin che riecheggia di minareto in minareto comincia la vera festa,


la celebrazione, con un banchetto sull’erba, del digiuno appena terminato.


Ed è tutto un vagare tra uno stand di dolciumi e uno di incisione sul legno, tra una caffetteria improvvisata e un banchetto di profumi ambulante,
una festa che durerà tutta la notte, fino al digiuno del giorno seguente.

Location:Turanlı Sk,Provincia di Istanbul,Turchia

Mangiare a Venezia: indirizzi per un weekend

Category : Marco consiglia

Un paio di mesi fa, dopo quasi tre decenni e mezzo su questo pianeta, sono andato per la prima volta a Venezia.
Belli i canali, belle le gondole, belli i ponti, bello tutto ma… parliamo di dove mangiare!

Complici un po’ i consigli di mio fratello e un po’ twitter, friendfeed e facebook devo dire che ho mangiato davvero superbamente. Ecco gli indirizzi!

  • Vecio Fritolin - Calle della Regina 2262 – Sestiere Santa Croce. Nato da una antica friggitoria, dove si vendevano solo i cartocci per asporto di pescato del giorno, il Vecio Fritolin è oggi un ristorante di buon livello dove si reinterpreta con creatività la cucina veneziana. Sembra una frase da catalogo o da guida di Serie B? Lo è, perché in effetti io ho assaggiato solo un tris di baccalà come antipasto (il baccalà mantecato era DIVINO) e un piatto, diviso in due, di fritto misto, per lo più calamaretti, gamberi e pesciolini. Fritto asciutto e croccante, molto buono. Il prezzo per antipasto e fritto con bicchiere di vino è sui 30 Euro a persona.
  • Osteria alla Vedova – Cannareggio 3912 – ramo Ca’D'Oro. Pranzo memorabile. Osteria molto celebre, mi è stata segnalata per i cicchetti (gli stuzzichini che accompagnano il bere) e le ombre (l’”ombra” di vino era la scusa per pensare di bere poco). Siamo arrivati all’ora di pranzo. Ci siamo seduti. Antipasto misto di pesce, tanti assaggi, tra cui spiccavano le sarde in saor e le canocchie. Poi le celebri, mai sufficientemente lodate polpette di carne. Grandi e fritte come i supplì, quasi crude all’interno, zeppe d’aglio. Vanno in corto circuito enogastronomico con il bianco della casa: un mozzico alla polpetta, un sorso di vino per rinfrescarsi, altro mozzico, altro vino, altra polpetta. Credo che con Paola ne abbiamo mangiate 4 o 5 a testa. Il prezzo è stato meno di 20 Euro a testa. Per ingolfamento da polpetta non abbiamo provato il resto della cucina.
  • Osteria Antico Giardinetto – Calle dei Morti – Santa Croce. Cena di lusso. Pressoché impossibile da trovare se non si sa dov’è: praticamente arrivati di fronte al Vecio Fritolin di cui sopra, si gira a destra e alla seconda traversa a destra si arriva al Calle dei Morti. La location è amena: un piccolo patio silenziosissimo con i tavoli e un servizio accortissimo. Come antipasto abbiamo provato un tripudio di pesce crudo, un piatto enorme che comprendeva una tartare di tonno, delle capesante con tocchetti di ananas, branzino e salmone con noci sbriciolate e delle mazzancolle con fragole e aceto balsamico (superbe!). Al solo ricordo mi viene un sorriso. I primi li abbiamo saltati per andare direttamente ai secondi: una tagliata di tonno all’aceto balsamico e delle deliziose seppioline alla veneziana (servite con il nero di seppia) con polenta bianca. I dolci (un tiramisu) sono stati di un livello nettamente inferiore e dimenticabile. Il prezzo è commisurato alla qualità, qui siamo, con una bottiglia di vino, circa sui 50 Euro a testa.
  • Cioccolateria VizioVirtù – Sestriere San Polo 2898/A. È una piccola boutique del cioccolato. La segnalo per ricordare di provare il gelato al gianduiotto con la panna: piccolo semifreddo di nocciole gianduia prodotto artigianalmente, equilibratissimo, né troppo dolce né insipido. Consiglio: prendere la porzione piccola (in un bicchierino da caffè), per quanto sia delicato, prenderne di più porta allo stucchevole.

Avete altri posti da provare assolutamente? Suggeritemeli qui soto, li proverò al prossimo passaggio!

Tutto sugli ebook in 5 minuti!

Category : lavoro

Ieri pomeriggio ho tenuto il mio primo Ignite al Forum della Comunicazione. Per chi non lo conoscesse, l’Ignite è una formula di presentazione piuttosto estrema, inventata dalla O’Reilly, che consiste nel presentare 20 slides in 5 minuti, con le slide che scorrono automaticamente ogni 15 secondi.

La sfida quindi è doppia: da un lato cercare di essere rapidi e incisivi, dall’altro riuscire a mantenere il filo di ciò che si dice mentre le slide scorrono imperterrite. Molto divertente!

Qui di seguito la presentazione che ho tenuto (con un grazie a quel genio di J D Hancock che con il suo set di fotografie  mi ha ispirato non poco).

Mangiare a Londra – Un paio di indirizzi

Category : Marco consiglia

Quest’anno ho partecipato con Simplicissimus per la prima volta alla London Book Fair, insieme al nostro Libraio Ciccio Rigoli. Un paio di indirizzi da ricordare per le prossime occasioni londinesi:

  • The Scarsdale Tavern, 23A Edwardes Square. Dieci minuti a piedi dalla fermata High Street Kensignton o Earl’s Court. Locanda con pochi tavoli sui quali è consentita la prenotazione e molti altri liberi dove ci si siede solo aspettando, magari sorseggiando una birra nel patio antistante. Molto buoni i piatti a base di carne, provate le rib-eye e le sausages, sempre servite con abbondanti smashed potatoes o insalate. Ampia scelta di Birre, London Pride e Cheshire Gold in testa.
  • Busaba. E’ una catena di ristoranti thailandesi. Noi siamo stati in quello al 106 Wardour St, non lontano da Carnaby Street. E’ un posto molto particolare. Non si può prenotare e all’interno ci sono grandi tavoli quadrati da 8-12 posti ai quali ci si siede in compagnia di sconosciuti che vanno e vengono. Fila perenne all’esterno per entrare e maggiore difficoltà a sedersi se è più di 3-4 persone, proprio perché occorre aspettare che si liberino i posti. Noi nel giro di 15-20 minuti siamo entrati. Cosa provare? Ciò che va per la maggiore è sono i Thai Calamari, calamari saltati con lo zenzero e vari tipi di curry. Delizioso il mio Red Lamb Curry, con agnello piccante al punto giusto, pomodorini fantozziani (temperatura interna da combustione) e lychees. Sì lychees, perché molto della cucina thailandese è giocato sul contrasto dolce-salato. Ciccio ha provato il Jungle Curry, a base di pollo, melanzane thai (???) e quel paio di chili di spezie piccanti che gli hanno paralizzato il palato per un paio d’ore. FONDAMENTALE è prendere del riso bianco insieme al curry (ce ne sono 4-5 tipi in menu) perché i curry sono serviti in ciotole con molto sugo e per gustarli pienamente (e ridurre l’effetto del piccante) il riso è indispensabile. Noi non lo abbiamo preso. Perché? Perché la cameriera ce lo ha impedito, avendo provato entrambi anche dei noodle e sarebbe stato troppo. A proposito, se capita, vanno presi (e magari diviso, per evitare il problema di cui sopra), i noodle Pad Thai, noodle con gamberetti, noccioline tritate, tofu saltato, uova e lime. Davvero particolari e gustosi

 

Io e la Lamborghini Gallardo

Category : Marco consiglia

E così ho provato anche questa. Oggi ho accompagnato un paio di GGD Roma (disclaimer, una era mia moglie!) al Circuito Internazionale di Viterbo, un autodromo a pochi chilometri dalla città, a provare la guida di due Gran Turismo, una Lamborghini Gallardo e una Ferrari F430, organizzata da PureSport. Complice l’assenza di una delle Girl ho potuto prendere io il suo posto e cimentarmi nella guida della Lamborghini.

Chi mi conosce sa che non amo guidare e che, nonostante sia un ingegnere meccanico, non capisco assolutamente NULLA di automobili. Chi mi conosce meglio sa anche che non sono particolarmente spigliato alla guida.

Bene, chi se ne frega! Ho provato lo stesso, e mi sono divertito moltissimo: le accelerate che senti nello stomaco, la macchina che frena nello spazio di pochissimi metri, le curve che ti fanno ballare, il sobbalzo sui cordoli, la sudata epica da concentrazione durante la corsa, l’adrenalina alla fine dei tre giri con la voglia di tornare subito in pista.

Decisamente un’esperienza da provare!

 

Una sera, tornando dal lavoro

Category : Avvenimenti

Martedì 16 marzo 2011 è stata la Notte Tricolore, la notte di preparazione ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità d’Italia.

Io non l’ho attesa con particolare trepidazione, non ho fatto programmi e non pensavo che l’avrei vissuta con partecipazione. E invece. E invece mi sbagliavo.

Arrivato alle 22 a Roma da Milano, su un treno strapieno, dopo esser partito la mattina presto, pensavo che non avrei fatto altro che prendere la Metro, anzi, la navetta sostitutiva per tornare a casa. E invece. E invece mi sbagliavo.

Per tutta la giornata a Roma è scesa una pioggia battente, ma un’oretta prima del mio arrivo era già finita, lasciando il posto a quel fresco tepore tipico delle serate pre-primaverili.

Ho deciso quindi che sarei andato a prendere la navetta a Piazza della Repubblica, tanto per passeggiare un po’. Ed ecco lì la prima meraviglia: i palazzi che compongono l’esedra che dava il nome alla Piazza sono illuminati da potenti fari a comporre un mosaico bianco, rosso e verde. Ai loro piedi, un autobus, ribattezzato “Discobus Tricolore”, con musica disco “a palla” e tre-ragazze-tre all’interno a ballare.

Decido quindi di scendere un po’ per via nazionale, e prendere magari il 46 a Torre Argentina. Mai scelta fu più felice: al Quirinale mi aspettava una folla e un enorme palco con un’orchestra di ragazzini che suonavano l’Inno Nazionale.

Più giù, la Colonna di Traiano illuminata con il tricolore, ai piedi della quale dei cantanti lirici si esibivano per i passanti. E ancora, il Vittoriano illuminato a giorno, anche qui di bianco, rosso e verde, con l’orchestra dei Carabinieri in Alta Uniforme.

Prendo allora una bicicletta, grazie al mai sufficientemente lodato servizio di Bikesharing del Comune e mi faccio un giro di tutto il Centro. Stupendo: il tram del 1928 a Torre Argentina, il Tempio di Adriano come una grande bandiera, Montecitorio, il Senato, ma soprattutto, a piazza Colonna, la sede storica de Il Tempo sulla quale viene proiettato un video su cui scorrono ciclicamente le immagini dei personaggi e degli eventi che hanno segnato questi primi 150 anni dell’Italia Unita, video dal titolo “Sotto una stessa bandiera”. La musica che mi avvolgeva, insieme alle enormi immagini, è stato per me di gran lunga il momento più toccante di quella notte.

Qui di seguito, gli scatti fatti in giro per la città e il video di piazza Colonna.